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Io coltivo la Vita
Io coltivo la vita  

Foggia – inaugurato da padre Gianni

Orto/Giardino Sociale

 

Io coltivo la vita

Io coltivo la vita” è un’associazione di promozione sociale, presieduta da Pasquale di Domenico, che ha realizzato un Progetto “Orto/Giardino Socialenella periferia della città di Foggia, con l’intento di  recuperare un’area rurale e trasformarla in un’area didattica e sperimentale dove  possano confluire alcuni soggetti fragili, diversamente abili e i loro familiari.

Chiesa ortodossa italiana

Nel suo spirito di difesa del Creato e di valorizzazione dell’alimentazione sana, e dove il verde viene considerato luogo di aggregazione,  di ricreazione e di solidarietà sociale questa associazione si è trovata in perfetta sintonia con la Chiesa Ortodossa Italiana, che a tali temi è stata sempre sensibile, tanto che in Puglia collabora a un progetto BioSlow con l’Associazione Italia Bio, con la quale ha sottoscritto un protocollo d’intesa il 5 marzo scorso. La posa della prima pietra del progetto è avvenuta domenica 16 maggio, terza domenica di Pasqua, con la benedizione di padre Gianni De Paola, parroco della Missione “San Nicola di Myra” di Campomarino (CB), naturopata e Presidente dell’Università Popolare “Paracelso” del Molise.

L’ associazione “Io coltivo la vita”, della quale padre Gianni, su proposta del Presidente e in accordo dell’intero gruppo dirigente è stato accolto quale cappellano e guida spirituale, ha per scopo quello di recuperare un’area rurale in abbandono, data in comodato d’uso da una pia donna proprietaria della tenuta e trasformarla in area didattica e sperimentale ove far svolgere progetti di orto/giardino didattico, raccolta, trasformazione e conservazione dei prodotti della terra a ragazzi e giovani con fragilità diverse, affinché attraverso il contatto con la natura e utilizzando la percezione olfattiva, visiva, tattile, del gusto e dell’udito, che non mancano in nessun soggetto cosiddetto fragile o diversamente abile possano vivere un aspetto della natura diverso e a loro precluso in città. 

Durante la cerimonia di inaugurazione Padre Gianni ha benedetto una edicola votiva, realizzata artigianalmente da un fedele della Chiesa e donata all’Associazione. L’edicola rappresentante una croce tipica ortodossa vuole significare “Cristo in mezzo a noi”- come ha spiegato nella sua omelia Padre Gianni! Video e foto della cerimonia di inaugurazione sono state pubblicate sulla pagina facebook dell’associazione:

https://www.facebook.com/groups/259110505769717

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Diaconia femminile

Diaconia Femminile  

Le Diaconesse nella Chiesa Ortodossa

Intervista di Tudor Petcu a mons. Filippo Ortenzi

 

Diaconia Femminile

Il prof. Tudor Petcu, ricercatore del Dipartimento di Filisofia delle Religioni dell’Università di Bucarest ha intervistato il nostro Arcivescovo Metropolita mons. Filippo Ortenzi sulla diaconia femminile. L’intervista è stata pubblicata sul blog: https://bottegadinazareth.com/ vicino alla Diocesi cattolica e alle ACLI di Como. Riportiamo il testo dell’intervista:

1.) Potrebbe dirmi perché sarebbe stata invalsa la prassi dell’ordinazione delle diaconesse nella Chiesa Ortodossa e quali ne costituiscono gli argomenti teologici?

La legittimità dell’ordinazione delle diaconesse fu riconosciuta sia dal Concilio Ecumenico di Calcedonia del 451 che da quello di Costantinopoli del 692, e non risulta che questo riconoscimento sia mai stato formalmente abrogato. Se si consultano le Costituzioni Apostoliche, libro VIII, valide per tutta la Chiesa definita “Una, Santa Cattolica Apostolica” (la Chiesa indivisa del primo millennio) si legge chiaramente che le stesse prevedono l’accesso delle donne all’ordine diaconale. La prassi si è mantenuta inalterata nella Chiesa Ortodossa, anche se dal XV secolo in poi molte Chiese dell’Est ne hanno fortemente circoscritte nel numero le consacrazioni. La Chiesa Ortodossa è rimasta fedele ai Concili Ecumenici della Chiesa indivisa del primo millennio mentre, al contrario, la Chiesa Romana, che man mano si è allontanata dalla Retta Fede, ha abrogato la diaconia femminile fin dal VI -VII secolo, considerando le donne indegne di far parte del clero, compreso quello minore. Per comprendere bene il ruolo e la funzione della diaconia femminile è utile leggere il libro dello scrittore Evanghelos D. Theodoru,  dal titolo: “La questione dell’ingresso delle donne nel Sacro Clero secondo la tradizione Ortodossa orientale“. Qui l’autore ci ricorda come “secondo la Didaskalia e secondo la Costituzione degli Apostoli (Costitutiones Apostolorum) la diaconessa occupa una posizione molto onorata negli Ordini del clero, dato che in queste fonti da una parte viene sottolineato che i diaconi e le diaconesse appartengono allo stesso ministero, al “ministerium diaconiae”… E’ come un’anima in due corpi” . E’ dunque importante sottolineare che, come ci ricorda lo scrittore, diaconi e diaconesse condividono lo stesso ministero. Il testo che ho citato è consultabile nel sito dell’Arcidiocesi italiana del Patriarcato di Costantinopoli. In ambito cattolico è difficile reperire documentazioni utili perché si tende a sminuire e ridimensionare il ruolo delle diaconesse dei primi secoli. Ho l’impressione che si punti a farle apparire in un ruolo senza significato e senza consacrazione. Una specie di colf o di sacrestana.

2.) Quali sono le più importante diaconesse nella storia della Chiesa Ortodossa?

Per quanto riguarda l’Italia vi sono alcune Sante dei primi secoli che sono state diaconesse, anche se la Chiesa Cattolica tende a nascondere la loro appartenenza all’ordine sacro. Cito le romane Giulia, Typhena, Melania, Tatiana, Fabiola, Restituta di Sora, . Vi è poi il caso della Santa più venerata in Sicilia: Sant’Agata, patrona di Catania, San Marino e Malta, nonché co-patrona di Capua e Palermo ed altre località in Italia e all’estero. Nell’antichità le diaconesse venivano ordinate prevalentemente tra le vergini, le vedove e tra le mogli dei vescovi. Al riguardo va ricordato che San Gregorio di Nissa, che peraltro aveva una sorella diaconessa di nome Macrina, ricevette la consacrazione ad episcopo unitamente alla moglie Teodosia che nella stessa liturgia venne consacrata diaconessa. Ricordiamo inoltre Gorgonia di Nazianzo, figlia del vescovo san Gregorio Nazianzeno il Vecchio e Santa Nonna e Sorella di san Cesario e san Gregorio Nazianzeno. Le Sante egiziane Domenica e Apollonia di Alessandria. In Occidente nel VI secolo si parla di Redegonda, moglie del re merovingio Clotario I, che si ritirò come diaconessa a Noyon. Nell’Ortodossia la diaconessa più nota e venerata è Olimpia di Nicomedia, collaboratrice nelle opere caritative di Giovanni Crisostomo, nota anche come Olimpia la Diaconessa”.

3.) Perché oggi si torna a discutere sul tema dell’ ordinazione delle diaconesse?

Seppure con l’ affermarsi progressivo del monachesimo femminile in diverse Chiese ortodosse sia caduta in desuetudine la diaconia femminile, essa non è mai stata formalmente abrogata. Non solo. Vi sono Chiese come quella Apostolica Armena e quella Apostolica Autocefala Ortodossa Georgiana dove è difficile trovare una parrocchia dove non vi sia almeno una diaconessa. Per quanto riguarda le chiese greco-ortodosse va ricordato che San Nektarios, (Nettario), nel XIX secolo ricominciò a consacrare diaconesse, scegliendone molte tra le monache del monastero da lui fondato. Oggi in diverse chiese ortodosse dell’Europa orientale sono state ordinate numerose diaconesse, specialmente in ambito monastico, soprattutto tra le abbadesse dei monasteri. Il rilancio del diaconato femminile è stato auspicato, tra l’altro, sia dalla Commissione Pan-Ortodossa di Rodi del 1988 che dal Santo Sinodo della Chiesa Ortodossa Greca del 2004. In ambito cattolico, papa Francesco, nel 2016, durante l’udienza all’Unione internazionale Superiore generali (Uisg) tenuta in Vaticano nel maggio 2016, ha affermato di voler riprendere lo studio sul diaconato femminile nella Chiesa primitiva, anche se poi tale eventualità sembra sia stata accantonata a causa dell’ostilità da parte della maggioranza dell’episcopato. Va rilevato che le chiese evangeliche, riformate, anglicane e vetero-cattoliche hanno, seppure in forme diverse, ripristinato il ministero diaconale femminile.

4.) Quanto importante è l’ordinazione delle diaconesse nella Chiesa Ortodossa Italiana di oggi?

Il recupero del valore ecclesiale delle diaconesse è stato, fin dall’origine, uno dei punti caratterizzanti per la Chiesa Ortodossa Italiana, che vede come uno dei suoi precursori spirituali il vescovo Leopoldo Adeodato Mancini, che all’interno della sua comunità ortodossa di spiritualità assiro-caldea, all’inizio del secolo per primo rilanciò detto ministero consacrando diaconessa madre Marzia Vicenzi di Ala (TN). La prima diaconessa della nostra Chiesa è stata Maria Dimitrova, autorevole esponente della comunità bulgara capitolina, ordinata a Roma (Casale Caletto) il 29 giugno 2016.  Successivamente sono state ordinate nell’anno 2018  Gabriela Velicaholova a Tavarnelle Val di Pesa (FI). Nel 2019 Barbara Piana e Lucrezia Teresi a Scarnafigi(CN) e Olga Federica Pagliani a Rocca Imperiale (CS). Nel 2020 Marisa Soldà a Boville Ernica (FR). Quest’anno, se la situazione pandemica ce lo permetterà, è prevista l’ordinazione delle diaconesse Tania Pizzamiglio di Bagnaria Alta (UD), Laura Sangiorgio di Catania, Ersilia Barracca di Roma ed Elena Quidello di Taranto. Nella Chiesa Ortodossa Italiana le donne sono valorizzate anche in altri ordini ecclesiastici minori quali l’Ipodiaconato ed il lettorato. Va ricordato che la prima donna ad entrare nel nostro clero, è stata Lorella Latini, stilista, artigiana e creativa, nonché Presidente dell’associazione laica di fedeli denominata L’Arca di Sant’Antonio Abate” che si occupa prevalentemente della difesa del creato e della lotta contro la violenza sugli animali, che fu ordinata lettrice poco dopo la rifondazione ufficiale della Chiesa nel 2014.  Oltre questa valorosa sorella è lettore anche la signora   Marie Monique Marty, che rappresenta la componente femminile della nostra Chiesa in Francia.

5.) Quale è l’importanza della donna nella storia del Cristianesimo?

Le donne hanno avuto sempre una grande importanza nella storia del Cristianesimo. Basti pensare alla figura di Maria madre di Gesù e di Maria Maddalena, che fu la prima persona alla quale il Salvatore si manifestò dopo la Risurrezione. La Maddalena, che Ippolito nel suo Commento al Cantico chiama “l’Apostolo degli Apostoli, ebbe un ruolo preminente durante la predicazione di Nostro Signore perché, come ci racconta Luca (8,2-3) ne finanziava la missione con i suoi beni. Al contrario degli apostoli Maria Maddalena, insieme a Maria madre del Salvatore e a Maria di Cleofa (zia di Gesù in quanto moglie del fratello del Giusto Giuseppe”) accompagnarono Gesù durante la Via dolorosa” e furono presenti alla crocifissione – come riportato unanimemente da tutti e quattro gli evangelisti: Luca (23,55-56), Marco (40,41), Matteo (27,55) e Giovanni (19,25) – e alla deposizione del corpo nella tomba messa a disposizione da Giuseppe d’ Arimatea (per questa ragione, nell’ortodossia, sono venerate come “Sante Mirofore”). Furono sempre figure femminili, la Maddalena, la Madonna e Salomé, moglie di Zebedeo e mamma degli apostoli Giacomo il Maggiore e Giovanni il Teologo, ad essere informate dagli angeli della risurrezione di Gesù e a vedere per prime il Salvatore, come ci informano i vangeli canonici di Matteo (28,1-5) e Marco (16,1-2) e l’apocrifo Vangelo di Pietro (12). Nella Chiesa primitiva non c’era differenziazione alcuna tra uomo e donna. Ce lo conferma Paolo di Tarso, nella Lettera ai Galati (3,28): «non esiste più né giudeo né gentile, né uomo né donna» e la Maddalena, secondo gli apocrifi: Vangelo di Filippo e Vangelo di Maria Maddalena e il Dialogo del Salvatore, tutti scritti in lingua copta (egiziana), Maddalena possedeva addirittura una autorevolezza maggiore degli stessi Apostoli. Non va poi dimenticata l’importanza della presenza di donne missionarie come Priscilla, di cui ci parla l’evangelista Luca negli Atti degli Apostoli (capitoli 18 e 19) e Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi e in quella ai Romani, o Giunia (Rom. 16,7). Non dimentichiamo l’importanza nel Cristianesimo primitivo della classe delle vedove, attive nell’apostolato e nella carità, come Tabila, discepola di Cristo (Atti 9,36-41), delle profetesse, come le quattro figlie di Filippo dei Settanta (Atti 21,8), delle stesse diaconesse, come Fede (Paolo – Romani 16,1), o di santa Nino, alla quale si deve l’illuminazione (conversione) della Georgia.

6.) Come spiega Lei, da vescovo ortodosso italiano, l’esistenza ancora evidente di forme di misoginia all’interno di alcune chiese cristiane?

Fu la Chiesa latina a iniziare la marginalizzazione ecclesiologica delle donne. Basti pensare che nel 591 il vescovo di Roma, Papa Gregorio Magno, sostenne che Maria Maddalena non era altri che la prostituta scampata alla lapidazione di cui ci parla Giovanni (8,1-11) e, subito dopo, nel 593, ben 21 vescovi latini si riunirono in un Concilio locale a Mâcon (Francia) per discutere se la donna potesse essere definita, oppure no “essere umano”, ossia se quando si parlava di “uomo”, il sostantivo significasse “essere umano maschio” oppure “essere umano” a prescindere dal genere maschile o femminile.  Importanti teologi cattolici quali Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino concordavano con Aristotele nel considerare la donna “un maschio mancato” e a far presente che, al contrario dell’Uomo, la donna non fu creata dal nulla ma da una costola d’Adamo rimarcando, come Agostino d’Ippona, che è stata la causa del peccato originale. Questa concezione cattolica della donna non creata ad immagine di Dio ma ad immagine dell’uomo si è così radicata nel Cristianesimo d’occidente che portò alla soppressione dell’ordine delle diaconesse prima e all’imposizione del celibato del clero. L’inquisizione cattolica, nei secoli XV-XVII fece condannare al rogo decine di migliaia di donne, accusate di stregoneria. Base ideologica della visione diabolica della donna fu la Bolla Pontificia “Summis desiderantes affectibus” (Desiderio con supremo ardore) del Papa Innocenzo VIII del 5/12/1484 che diede ispirazione al libro Malleus Maleficarum (Il Martello delle Streghe) dei frati domenicani tedeschi Sprenger e Institor che riprendevano la tesi agostiniana della donna come maschio mancato (“mas occasionatus”) e sostenevano che femina (donna) derivi da fe + minus, che significa: fede minore. Addirittura nel XVI secolo, un grande inquisitore cattolico, il frate domenicano Bernardo da Como, in un libro dal titolo De Strigiis”,  giunse a sostenere che la donna non avesse un’anima perché non era altro che uno strumento del demonio per la dannazione degli uomini e fonte di tentazione diabolica. Questa concezione cattolica della donna non creata ad immagine di Dio ma ad immagine dell’uomo si è così radicata nel Cristianesimo d’occidente che portò alla soppressione dell’ordine delle diaconesse. La concezione della natura peccaminosa della donna quale causa del peccato originale ha contagiato anche movimenti religiosi cristiani. Soltanto alla fine del secolo scorso, Papa Giovanni Paolo II (lettera apostolica del10 luglio 1995 e Giubileo 2000)  chiedeva perdono per le ingiustizie compiute verso le donne, la violazione dei diritti femminili, la denigrazione storica delle donne e i peccati commessi nel passato dagli uomini di Chiesa Cattolica contro la loro dignità per le quali faceva pubblica ammenda, Papa Giovanni Paolo II (con la Lettera Apostolica del10 luglio 1995 e nel corso del Giubileo 2000)  ha sconfessato la pregressa e plurisecolare misoginia e facendo pubblica ammenda ha chiesto perdono alle donne per le ingiustizie, la violazione dei diritti femminili, la denigrazione storica e i peccati commessi nel passato dalla Chiesa Cattolica contro la loro dignità.

Diaconia Femminile  

Le Diaconesse nella Chiesa Ortodossa

Intervista di Tudor Petcu a mons. Filippo Ortenzi

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Intercomunione

Intercomunione 

 tra la Chiesa Ortodossa Italiana e l’Eglise Orthodoxe du Congo

 

intercomunione

Grazie all’opera di mons. Richard Marty, vescovo di Nizza, Monaco e Ventimiglia della Chiesa Ortodossa Italiana è stato sottoscritto un trattato di piena comunione sacramentale, liturgica e canonica tra la Chiesa Ortodossa Italiana e la Chiesa Ortodossa del Congo  – Eglise Orthodoxe Byzantine du Congo-Brazzaville – detta Chies fa parte dell’Alleanza Mondiale delle Chiesa Canoniche Ortodossa co-presieduta da Sua Beatitudine Jacques-Israel Nectaire, della Chiesa Ortodossa d’Europa-Chiesa di Francia, in intercomunione con la nostra Chiesa.

Chiesa Ortodossa Italiana e et Eglise Orthodoxe du Congo

In nomini Patris et Fili et Spiritus Sancti. Amen

Noi, sua Beatitudine Filippo Ortenzi, Arcivescovo Metropolita della Chiesa Ortodossa Italiana e sua Beatitudine Simon-Pierre PEMBET SYTHA, Arcivescovo, Metropolita delle Chiesa Ortodossa Bizantina de Congo-Brazzaville, dopo aver ascoltato i rispettivi Santi Sinodi, e obbedendo al parola di nostro Signore Gesù Cristo  affinché siano cosa sola (Giovanni XVII, 20) stipuliamo la piena comunione sacramentale, liturgica e canonica tra le nostre chiesa.

Nous, sa Béatitude Filippo Ortenzi, Archevêque Métropolite de l’Eglise Orthodoxe Italienne et sa Béatitude Simon-Pierre PEMBET SYTHA, Archevêque Métropolite de l’Eglise Orthodoxe Byzantine du Congo-Brazzaville, ayant entendu le Saint Synode du Congo, et en obéissant à la parole de Notre Seigneur Jésus-Christ et pour qu’ils soient Un (Jean XVII, 20), nous stipulons la pleine communion sacrée, liturgique et canonique entre nos églises.

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Anzio

Anzio

 Commemorazione dello sbarco di Luciano Manara

e dei suoi bersaglieri

 

Anzio

La mattina di sabato, 24 aprile, presso il Porto di Anzio (RM), si è tenuta una manifestazione per ricordare lo sbarco, avvenuto il 26 aprile 1849, del col. Luciano Manara che, a capo di 600 bersaglieri, era venuto a combattere per la difesa della Repubblica Romana.

Nel pieno rispetto delle normative anti-Covid (la Polizia Locale ha svolto servizio di ordine pubblico), una piccola folla si è radunata per la manifestazione organizzata dal dott. Massimo Flumeni, dalla sezione “Enrico Toti” dell’A.N.C.R. (Associazione Nazionale Combattenti e Reduci di Roma) e dalla Federazione Bersaglieri d’Italia di Roma, associazioni delle quali è Presidente.

Anzio

Sono intervenuti: l’assessore alle politiche sociali del comune di Anzio, Velia Fontana; il Prof. Tommaso Amato, della Pro Loco di Anzio; il Prof. Luciano Baietti, presidente U.N.U.C.I. (Unione Nazionale Ufficiali in

AnzioCongedo d’Italia) di Anzio; Irridio Palomba presidente delle Sezionidell’Associazione Nazionale Granatieri di Sardegna e AssoArma di Nettuno; Pietro Cappellari, scrittore e ricercatore storico della Federazione Nazionale Arditi d’Italia; Ivana Ingrosso delle Guardie d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon. Erano anche presenti, quali labariferi, Stefano Pucciotti dell’Associazione Mutilati Invalidi di Guerra, Benito D’Eufemia dell’Associazione Nazionale Italiana Reduci di Russia e Alessandro Nani dell’Associazione Nazionale Bersaglieri con i labari delle rispettive associazioni.

Anzio

Dopo la presentazione della cerimonia da parte del Presidente dott. Massimo Flumeni, l’Assessore Velia Fontana ha portato i saluti del Sindaco di Anzio a tutti gli astanti, dopo di che, sulle sempre suggestive note del silenzio, suonato da due trombettieri, è stata apposta una corona sulla lapide che ricorda lo sbarco del Colonnello Luciano Manara. La benedizione della lapide, da parte di Mons. Filippo I, Primate Metropolita della Chiesa Ortodossa Italiana, ha concluso la breve ma suggestiva cerimonia.

Anzio

Mons. Filippo Ortenzi ha ricordato come il Colonnello Manara sia “un martire del Risorgimento: già eroe delle cinque giornate di Milano e della prima guerra d’indipendenza (dove a capo dei bersaglieri lombardi combatté prima sotto le insegne del Governo Provvisorio di Milano e poi del Regno di Sardegna), sbarcò nel Lazio per difendere la Repubblica Romana dalle forze reazionarie che volevano restaurare lo Stato Pontificio, sconfisse ripetutamente le truppe borboniche e liberò le città di Anagni e Frosinone, venne nominato dal Gen. Giuseppe Garibaldi quale Capo di Stato Maggiore delle forze patriottiche romane e morì a Villa Spada combattendo contro le soverchianti armate francesi del gen. Nicolas Charles Victor Oudinot, inviate da Napoleone III a sopprimere la Repubblica Italiana per restaurare il governo pontificio. La sua orazione funebre fu tenuta da padre Ugo Bassi, un sacerdote barnabita, patriota e cappellano della Legione Garibaldina, fucilato a Bologna l’8 dicembre dello stesso anno e che è oggetto di una causa di glorificazione da parte della Chiesa Ortodossa Italiana, quale etno-martire, venerabile e confessore.

Anzio

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Sant’Agata

La Maina Terra di amazzoni e guerrieri

Domenica delle Palme o Entrata Trionfale

Domenica delle Palme o Entrata Trionfale

 Roma – Parrocchia SS. Elena e Costantino

Domenica delle Palme o Entrata Trionfale

La domenica delle palme, che nella Chiesa Ortodossa è chiamata anche entrata trionfale, è una delle grandi feste della Chiesa, viene celebrata la domenica prima di Pasqua ed è la domenica con   la quale si entra nella settimana pasquale, chiamata anche la grande settimana.   Per San Giovanni Crisostomo è chiamata Grande non perché la Settimana Santa ha più ore o giorni, ma perché gli eventi che la Chiesa chiama a vivere durante questa settimana sono veramente grandi e unici (da Ortodoxia.it). In questo giorno la Chiesa celebra l’ingresso trionfale di Gesù, a Gerusalemme nei giorni precedenti la Pasqua ebraica, seduto su un giovane asino, non a cavalcioni ma da un lato come a dire che quello è il suo trono.  L’asino ha un valore simbolico perché nelle tradizioni e nella prassi militare dell’antico Oriente era un animale pacifico, mentre il cavallo era un animale da guerra (Ger.9,10). Gesù Cristo fu ricevuto al suo ingresso a Gerusalemme da una folla osannante, tra la quale numerosi bambini, con rami di palma e di alloro. (Mt 21.8; Giov. 12.13) dicendo ” Benedetto colui che viene nel nome del Signore” (Mt 21.9; Salmo 117.26). Nell’entrata trionfale Gesù viene accolto con rami di palma, una pianta antichissima, dell’ordine arecales, i cui resti fossili risalgono all’Era del Cretaceo (80 milioni di anni fa) e che nella tradizione ebraica, rappresenta una delle “quattro specie frutto della terra”  portate in processione per la festa delle Capanne o Sukkot, quale espressione di gioia e ringraziamento prescritta da Dio secondo Levitico (23,40): Il primo giorno prenderete frutti degli alberi migliori, rami di palma, rami con dense foglie e salici di torrente, e gioirete davanti al Signore, vostro Dio”. La palma e l’alloro nella tradizione greca e romana rappresentano un simbolo di trionfo, acclamazione e regalità, segni di vittoria e trionfo. Nella Chiesa cattolica, anche a causa della mancanza di palmeti in Europa, i rami di palma sono stati sostituiti da quelli d’olivo anche a causa di un’antica antifona gregoriana canta: «Pueri Hebraeorum portantes ramos olivarum obviaverunt Domino» (“Giovani ebrei andarono incontro al Signore portando rami d’olivo“), nell’Europa dell’Est si usano rami di salici (specie in Russia) ed i fedeli tengono in mano rami di salici, fiori o candele (candele decorate con fiori, specie tra gli ortodossi arabi). I greci tengono croci intrecciate da rami di palma o foglie di alloro la domenica delle palme. In Romania è la festa dei fiori e si fanno gli auguri a tutte le donne che portano il nome di un fiore (Floarea, Florentina, Marghereta, Narcisa, Petunia,Violeta ecc.).

Domenica delle Palme o Entrata Trionfale

Quest’anno il nostro Arcivescovo Metropolita mons. Filippo Ortenzi ha celebrato la Divina Liturgia presso la Parrocchia SS. Elena e Costantino di Roma Anagnina, insieme a molti fedeli. Si è proceduto alla benedizione delle palme d’olivo e della benedizione del cibo portato dalle nostre fedeli e consumato fraternamente in modo da rinsaldare i vincoli di fratellanza e di comunità.

La Domenica delle Palme o Entrata Trionfale

 Roma – Parrocchia SS. Elena e Costantino

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telefono: +39 0621119875 – email: chiesaortodossaitaliana@gmail.com  C.F. 930053400045 La Chiesa Ortodossa Italiana è iscritta al n. 582690242227-35 del Registro Chiese e Comunità Religiose della Commissione Europea

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Esicasmo

A Sanremo spettacolo blasfemo

Esicasmo

Esicasmo

 “Preghiera del Cuore” e meditazione cristiana

Esicasmo

Anche in Italia comincia a diffondersi la conoscenza dell’Esicasmo o “preghiera del cuore“, un complesso sistema di meditazione cristiana che trova le sue radici nel Vangelo di Marco (10,46-52) quando nella città di Gerico un mendicante cieco cominciò a gridare: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» e Gesù lo guarì dicendo: «Va’, la tua fede ti ha salvato». L’esicasmo pertanto si basa sulla preghiera di Gesù “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà“, alla quale in ambito slavo russo è stato aggiunto “di me, peccatore“. Per il prof. Massimo Giusio, teologo, scrittore e sociologo delle religioni, nonché direttore didattico dell’Università Ortodossa San Giovanni Crisostomo (struttura accademica della Chiesa Ortodossa Italiana) la dottrina e pratica esicasta si è sviluppata attraverso cinque fasi.                                                                                  Prima fase, detta dei Padri del deserto, riguarda i secoli III e IV dell’era volgare. L’esicasmo nasce in ambiente monastico e vede quali massimi esponenti Evagrio del Ponto Gregorio di Nissa (autore del libro: La vita di Mosè). I monaci eremiti iniziano a praticare la preghiera continua a Gesù attraverso un’invocazione, composta da una sola breve formula (preghiera monologica). Essi si ritirano in luoghi appartati, lontani dalle interferenze acustiche e mondane per combattere le passioni che rallentano la possibilità di avvicinamento allo Spirito.

Seconda fase, ha quale spazio temporale i secoli VI e VII ed è definita sinaitica, in quanto sviluppatesi nei monasteri del Monte Sinai. Essa ha quale massimo esponente Giovanni Climaco, per il quale la preghiera monologica (anche solo Gesù, Gesù, Gesù …) è di per sé sufficiente alla discesa della mente nel cuore. Durante questa fase si iniziano a sperimentare e codificare tecniche quali la compressione del mento sul petto, il rallentamento del battito cardiaco, il controllo del respiro anche attraverso la respirazione a narici alternate che, con la recitazione continua della preghiera monologica (Signore Gesù Cristo Figlio di Dio, abbi pietà) da origine a quella che, attualmente, viene definita con una espressione tautologica Esicasmo Trascendentale (l’Esicasmo è di per sé trascendentale). 

Terza fase, riguarda i secoli X e XI e vede quale esponente principale Simeone il Nuovo Teologo. In questo periodo inizia ad emergere la necessità assoluta di non fare mai l’esicasmo da soli ma di avvalersi dell’aiuto di una Guida Spirituale, ossia di un maestro con esperienza, saggezza, prudenza e preparazione teologica. Vengono perfezionate ulteriormente quelle tecniche psico-fisiche che accompagnano la preghiera, quali il controllo del battito cardiaco e della respirazione, l’isolamento mentale dai pensieri e dalle interferenze esterne e la discesa dello Spirito dalle narici al cuore,  la ricerca della theosis interiore (il Regno di Dio è dentro di Noi).

Quarta Fase. Nel XIII secolo, grazie a Gregorio il Sinaita, l’esicasmo fu introdotto tra i monaci del Monte Athos ed inizia la Fase athonita. In questo periodo la mistica esicasta si scontra con la teologia razionalista cattolica della scolastica. La teologia tomistica condannò l’esicasmo in nome di una certa laicizzazione della stessa teologia, ovvero di una sua progressiva trasformazione in filosofia della religione, sotto l’influenza dell’aristotelismo (vedi https://www.homolaicus.com/storia/medioevo/esicasmo.htm). In questo periodo vi verificò uno scontro  tra due eminenti teologi ortodossi Barlaam il Calabro (di Seminara – RC) e Gregorio Palamas. In tale fase Barlaam accuserà gli esicasti di onfaloscopia o contemplazione perpetua dell’ombelico ed altre nequizie, paragonandoli addirittura agli eretici messaliani e ai bogomili. Barlaam contestava: “la pretesa di vedere l’essenza divina con gli occhi del corpo“, perché a suo giudizio un’essenza inconoscibile rende impossibile farne esperienza diretta coi sensi. Alle critiche di Barlaam rispose Gregorio Palamas con le Triadi per la difesa dei santi esicasti, un’opera che per la prima volta offre una sintesi teologica della spiritualità dei monaci orientali. Nel 1351 fu convocato a Costantinopoli un Concilio (Nono concilio Ecumenico per il Patriarcato di Costantinopoli) nel quale non soltanto fu accettata come pienamente ortodossa la teologia esicasta secondo Gregorio Palamas ma le pratiche athonite furono vivamente consigliate ai fedeli che volessero perseguire la theosis e l’edificazione del Tempio dello Spirito nel proprio corpo. Detto Concilio condannò le posizioni di Barlaam il Calabro. La fase athonita è importante perché è in questo periodo che l’esicasmo da pratica limitata al mondo monastico iniziò a diffondersi ed essere consigliata anche ai laici e, pertanto, Gregorio Palamas può essere considerato l’iniziatore dell’esicasmo contemporaneo.

 Quinta fase. Nei secoli XVII-XVIII l’esicasmo vede la definitiva codificazione da parte di Nicodemo l’Aghiorita, autore della Filocalia  (letteralmente, amore della bellezza) un florilegio patristico che è una vera e propria Enciclopedia, il  manuale delle giovane marmotte”, come lo ha definito Max Giusio, per l’orientamento del fedele. La discesa delle mente nel cuore, le tecniche di postura, respirazione, controllo del battito cardiaco, la preghiera incessante a Gesù, l’attenzione (“state attenti” si dice nella Liturgia di Giovanni Crisostomo), la concentrazione quale essenzializzazione della focalizzazione dell’attenzione dello sguardo sull’anima, l’eliminazione progressiva dalla mente di tutto ciò che ci circonda e la focalizzazione dello sguardo su un punto particolare, la calata della mente sul cuore per raggiungere il ricordo di Dio come ricerca della theosis della quale è importante valorizzarne l’efficacia, vengono dettagliatamente descritte in un libro (la FILOCALIA) del quale consiglio la lettura.

Esicasmo

Per coloro che volessero approfondire la conoscenza dottrinale del cristianesimo orientale può essere utile leggere il libro Elementi di teologia ortodossa” del dott. prof.  Massimo Giusio, sociologo, scrittore, teologo, docente e saggista torinese (Collana ACCADEMIA – III ABE Arturo Bascetta Edizioni gennaio 2021). Chi invece volesse seguire una lezione del prof. Massimo Giusio, può ascoltarla gratuitamente iscrivendosi al canale youtube UNISAG, dove potrà ascoltare anche interessanti lezioni sulle prove ontologiche, filosofiche e razionali dell’esistenza di Dio.

mons. Filippo Ortenzi
                

Esicasmo 

“Preghiera del Cuore” e meditazione cristiana 

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Diavolo Demonologia e Satanismi

Diavolo Demonologia e Satanismi

 tra Storia, Teologia e Sociologia

Diavolo Demonologia e Satanismi

Sabato 3 aprile (vigilia della Pasqua cattolica) si è svolta una interessante lezione su: DIAVOLO, DEMONOLOGIE E SATANISMI TRA STORIA, TEOLOGIA tenuta dal teologo ortodosso Massimo Giusio, responsabile del Dipartimento Storico-Religioso dell’Università Ortodossa San Giovanni Crisostomo. Abbiamo avuto la fortuna di ascoltare l’intervento del professor Massimo Introvigne, sociologo delle religioni tra i più importanti al mondo, che ci ha parlato del satanismo e dei satanisti, temi su cui è considerato, anche per i libri di cui è autore, un vero esperto internazionale. Tra gli intervenuti anche  mons. Filippo Ortenzi sulla figura di Papa Giovanni XXII, ritenuto uno dei fondatori della demonologia cattolica, iniziatore della caccia alle streghe e che Dante aveva citato nella Divina Commedia quale simoniaco e corrotto.    

Diavolo Demonologia e Satanismi

Commissione Europea – L’Università Ortodossa San Giovanni Crisostomo (UNISAG) è registrata al numero  686411142111-53 quale: Istituto di Ricerca e Formazione  

Vi ricordiamo che la lezione di sabato prossimo delle ore 17,30 (chi volesse partecipare scriva a: unisangiov.crisostomo@gmail.com) avrà per tema l’ESICASMO o “preghiera del cuore” e sarà tenuta dai prof. Massimo Giusio e Tudor Petcu

ore 17,30 – prof. Massimo Giusio

1. Chi è il vero padre dell’Esicasmo? Le influenze del mondo orientale
2. Le “Cinque fasi” dell’Esicasmo: inquadramento storico e teologico
3. La storia straordinaria della “Repubblica Teocratica”: spiritualità del Monte Athos
ore 18,15 – prof. Tudor Petcu
1. Tecniche, metodi e pratiche esicastiche nell’area greca, russa e rumena
2. La storia straordinaria di Sfantul Ambrozìe de la Optìna (1812 – 1891) – La spiritualità dell’ “Athos parallelo” di Optina
mons. Filippo Ortenzi
                

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Incontro con la comunità eritrea

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Benedizione delle Coppie Omosessuali

Benedizione delle Coppie Omosessuali

Rifiutare  una  benedizione a chi  lo  richiede è un atto disumano e offende il Vangelo – La Chiesa Ortodossa Italiana, a mezzo del suo Arcivescovo, ha approvato il seguente documento

Benedizione delle Coppie Omosessuali

La recente pronuncia della Chiesa Cattolica Romana (“Responsum” C.D.F. del 15 marzo) in ordine alla illiceità della Benedizione delle unioni di persone dello stesso stesso, impone alcune riflessioni e considerazioni teologiche ed antropologiche alla luce del Vangelo, dello spirito pastorale vero e della natura strutturale e funzionale dell’atto benedizionale. Tutto l’anno, ed in particolare nella giornata di S. Antonio, si benedicono in molti luoghi cani, gatti, criceti e pappagalli. La Chiesa Cattolica ha benedetto nei secoli inquisitori, roghi, dittatori di ogni specie, eserciti ed armi, funerali di criminali, assassini, mafiosi, camorristi, con carrozze e cavalli, suicidi, alberi, pietre, elementi naturali. Le Benedizioni di unioni civili di persone dello stesso sesso, invece, costituiscono per il Responsum un atto “illecito”. Quindi è impossibile benedirle. Per la verità, la formulazione giuridica, erede della tradizionale semantica magisteriale, è più sottile: il parere conclude che la Chiesa “non ha il potere di disporre” della benedizione. Stiamo ovviamente, parlando del caso in cui questa benedizione venga richiesta, espressamente, dalle persone omosessuali che, credendo ovviamente nel valore della protezione divina e nel cammino di fede, intendono unirsi stabilmente su una base affettiva solida. Vediamo, nel dettaglio, il percorso argomentativo con il quale si è giunti all’apodittica risoluzione consultiva.

  1. Viene citato, anzitutto, il Catechismo ufficiale (n. 1670) che nel contesto definitorio della Benedizione precisa che essa «chiama gli uomini a lodare Dio, li invita a chiedere la sua protezione, li esorta a meritare, con la santità della vita, la sua misericordia» Più ampio di così, incondizionatamente, non si può esprimere. Si indica poi che le benedizioni, inoltre, sono «istituite in certo qual modo a imitazione dei sacramenti, si riportano sempre e principalmente a effetti spirituali, che ottengono per impetrazione della Chiesa». Il primo passaggio logico ostativo è che si interpreta quel termine, “uomini” come “relazioni”, per cui occorrerebbe che “ciò che viene benedetto sia oggettivamente e positivamente ordinato a ricevere e ad esprimere la grazia, in funzione dei disegni di Dio iscritti nella Creazione e pienamente rivelati da Cristo Signore”. Quindi, solo le “realtà ordinate” (quelle, si capisce, ritenute conformi ai disegni divini dal Magistero), a servire i disegni di Dio possono essere destinatarie della Benedizione. Si prosegue indicando che “per tale motivo, non è lecito impartire una benedizione a relazioni, o a partenariati anche stabili, che implicano una prassi sessuale fuori dal matrimonio (vale a dire, fuori dell’unione indissolubile di un uomo e una donna aperta di per sé alla trasmissione della vita), come è il caso delle unioni fra persone dello stesso sesso”.

  2. Con lo stesso iter logico, le coppie sterili non prevedono una apertura per sé alla trasmissione della vita, anzi la escludono sul piano biologico ed a priori. Ma proseguiamo. Le unioni civili sarebbero “in relazione con i sacramenti” e per ciò solo illecite. Il disegno di Dio è valido solo per il matrimonio e la famiglia intesa in senso tradizionale. Per cui, la fattispecie illecita è interpretata come “contraria” al disegno di Dio. Con la stessa ricostruzione ermeneutica, si sono torturati, bolliti e bruciati gli omosessuali sui roghi per cinquecento anni. Nessuno si pone la domanda “Ma non è che anche questo tipo di affettività stabili sono una manifestazione del disegno di Dio, per sé imperscrutabile, una forma per quanto minoritaria ma sincera e di vero amore”, un modo per dare ordine e armonia a vite spesso discriminate, offese, dileggiate anche a causa dello stigma cattolico ultrasecolare cui sono state sottoposte, nonostante la presenza massiccia (alcuni testi recenti parlano di 65 – 70 per cento) di sacerdoti cattolici omosessuali, spesso protagonisti delle cronache (basta inserire la voce “pretigay” sui motori di ricerca) per episodi inconcepibili, violenze su ragazzi talvolta minori, costumi viziosi di frequentazione di prostituti, distrazione di fondi, imbarazzanti scoperte in saune, cinema, ed altri teatri erotici ben meno commendevoli rispetto ad un sereno affetto stabile?

  3. Ulteriore argomento di chiusura è la cosiddetta “ermeneutica analogica”: queste unioni costituiscono (“in certo qual modo”, precisa il testo) una “imitazione o un rimando di analogia con la benedizione nuziale”. Era probabilmente un rimando, allora, anche quello della nota vicenda evangelica del centurione (cfr. Matteo 8:5-13) in cui siamo con evidenza di fronte ad una unione “scandalosa” (il termine greco, “pais”, è lo stesso utilizzato per definire l’amante giovane di un maschio adulto: di qui, peraltro, l’espressione “paiderastes”). Il centurione chiede a Gesù di guarire il ragazzo malato, ma precisa che non è il caso che il Salvatore si rechi di persona nella sua casa (difficile interpretare tale espressione se non con l’evidente imbarazzo del militare romano). Cosa fa Gesù? Lo guarisce. Senza alcuna condizione o premessa teologica, incondizionatamente e gratuitamente. Per la Benedizione non dovrebbe valere un principio analogo? Benedire significa forse approvare, nel merito, ed elevare a modello quella relazione? O non, semplicemente, formulare un augurio ed un auspicio di protezione divina, di crescita nella fede, magari anche di riflessione e di ponderazione, ma in cui prevale l’Amore, spirito vero ed essenza primaria del Vangelo? In ogni caso, e senza condizioni. Meno che mai con dichiarazioni di “illiceità”.

  4. Si è pensato alle conseguenze di un rifiuto “ufficializzato”, a chi lo richiede cristianamente ed in buona fede, seppure per una unione che non è quella idealmente ritenuta perfetta dal Magistero, del matrimonio tra uomo e donna, ma è realizzata tra due esseri umani, nella loro fragilità e nella loro fede e ricerca di Dio? Significa, con effetti psicologici devastanti di cui ci si assume la responsabilità, respingere per loro l’aiuto e la parola di Dio. Siete nel peccato mortale, la sanzione escatologica è infernale. Nella sostanza, i Pastori cattolici romani devono accogliere con rispetto e delicatezza gli omosessuali, benedirli eccezionalmente ma solo “uti singuli”, ma questi non possono decidere, con sanzione di “illiceità” e divieto di benedizione, di vivere assieme, volersi bene, dare ordine e normalità alla loro esistenza e fornirsi aiuto reciproco, nella gioventù e nella vecchiaia. Come è acquisizione ormai evidente alla coscienza sociale, salvo esecrabili sacche di sottocultura, ignoranza o discriminazione. Ciò appare del tutto disumano, specie se posto il relazione alla contraddittorietà di certi comportamenti recenti della Chiesa, che percepisce miliardi dallo Stato e finanzia, con somme enormi, produzioni artistiche di noti artisti gay sposati da anni, che perciò la umiliano e deridono sui media, o che con un continuo “tira e molla” di aperture e chiusure come i DPCM sulla pandemia, alterna spiragli di comprensione (“Chi sono io per giudicare gli omosessuali che cercano Dio?”) a frasi apodittiche come “la benedizione manifesterebbe l’intenzione non di affidare alla protezione e all’aiuto di Dio alcune singole persone, nel senso di cui sopra, ma di approvare e incoraggiare una scelta ed una prassi di vita che non possono essere riconosciute come oggettivamente ordinate ai disegni rivelati di Dio”. Come se si conoscesse, e si potesse conoscere, senza precomprensioni inconsce e poco neutre, in una comunità fortemente caratterizzata dalla presenza massiccia di membri ad orientamento omosessuale o bisessuale, il reale contenuto dei “disegni rivelati da Dio”. Sarebbe forse più prudente, invece che assumere scelte offensive e disumanizzanti, far prevalere l’Amore, in ogni caso, sul rifiuto. Un rifiuto, per quanto giustificato da sottigliezze giuridico-canonistiche, fragili appigli ermeneutici e pretese di conoscenza della volontà imperscrutabile di Dio, è molto peggio, sul piano teologico, ma anche antropologico e psicologico, di un gesto definitivo e totale di Amore. Perchè l’essenza è nell’Amore, non è mai nel rifiuto. Neppure se sottilmente giustificato. C’era bisogno, con tutti i problemi della secolarizzazione, del relativismo dilagante e della scristianizzazione, di questa ulteriore ferita spirituale, psicologica e psicosociale per milioni di fratelli?

  5. La Chiesa Ortodossa Italiana, pertanto, continuerà la propria prassi di Benedizione, per i fedeli cristiani che ne fanno espressa e sincera richiesta, delle unioni affettive stabili, senza che ciò implichi alcuna valutazione esplicita od implicita di tale relazione nei suoi contenuti, come modello da imitare o da incoraggiare, ma neppure da condannare a priori con esiti di fatto offensivi e lesivi della personalità, ritenendo che questi nostri fratelli e sorelle rimangano e crescano frugiferenti nella Chiesa e ne costituiscano un differente, ma prezioso e speciale arricchimento. Che fa parte, anche esso, del Disegno divino che tutto ha creato così com’è, tutto sa, tutto ha previsto e voluto. E tutto ama. E sicuramente, senza ombra di dubbio, espressione della lettera e dello spirito evangelico. E pensiamo e riteniamo che in Paradiso possa esserci, con molta maggiore probabilità, il centurione del Vangelo di Matteo piuttosto che tanti ipocriti, farisei e sepolcri imbiancati. O moralisti che di giorno condannano e la sera volano nelle chat omoerotiche, come ci confermano i media ogni giorno. Ciò nonostante, invitiamo con sincera volontà di dialogo e spirito costruttivo i fratelli della tradizione romana, specialmente coloro che vivono con dolore contraddizioni personali e sensibilità su questi temi, a ripensare e rivedere con contrizione e discernimento queste erronee posizioni che provocano dolore, difficoltà umane e psicologiche specie nei soggetti più giovani, ed ulteriore colpevolizzazione e stigmatizzazione sociale. Quanto meno perchè, dopo averli bruciati per mezzo millennio con lo stesso stilema ermeneutico della convinzione della verità di una asserita “contrarietà ai disegni divini”, questi nostri fratelli, specie da noi Pastori, meriterebbero per il Mistero inscrutabile della loro condizione umana e naturale un ben diverso, più nobile ed accogliente risarcimento. Fatto di tenerezza e di aiuto nella fede. Gesù, al centurione, non chiede patenti di conformità ai disegni divini. Guarisce. E basta. La medicina dell’anima è nell’Amore. Non nel rifiuto.

p.s. nella foto, benedizione, all’interno di un rito adelfopholisico (*1) di due nostre fedeli: Katia e Francesca, affinché sia loro inviato dall’alto un amore perfetto e siano benedette in unità e spirito e in fede certa, effettuata a Roma nel luglio 2019 dal vescovo Filippo, assistito da padre Antonio e dalla diaconessa Gabriela.

Note

(*1) adelphopoiesis, rito benedizionale di affratellamento tra membri dello stesso sesso è in uso nelle chiese ortodosse orientali fin dai primi secoli della cristianità e non è stata mai formalmente abrogato. Santi protettori delle coppie omo-affettive sono Sergio e Bacco,   due soldati romani morti durante la persecuzione di Diocleziano e che furono dichiarati protettori dell’esercito imperiale romano (impropriamente definito bizantino) 

                               

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Salute e Covid-19

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 La salute dell’anima  favorisce la salute del corpo e aiuta a superare gli effetti della pandemia

Salute e Covid-19

La chiusura altalenante di palestre e chiese ha un effetto devastante per la salute fisica e spirituale della popolazione. La salute fisica e spirituale sono intrinsecamente connesse e la religione, come dimostra il fatto che epoca immemorabile la figura del sacerdote e del medico spesso coincidevano, e di questo ne è prova, ancora oggi, della persistenza di guaritori-sciamani in diverse aree tribali dell’Africa, delle Americhe, dell’Asia e dell’Oceania. La cura della salute non soltanto fisica, ma anche spirituale è riconosciuta anche dal nostro Ordinamento statuale che prevede la presenza di cappelle negli Ospedali, perché l’assistenza religiosa e la preghiera sono utili anche a superare i momenti di sconforto e di dolore, dare serenità all’anima e aiutare a superare la malattia. Ci sono malattie poi, come la depressione, dove l’assistenza spirituale ha spesso effetti più benefici delle cure mediche, come è anche vero che chi crede ha maggiori possibilità di guarigione rispetto ai non credenti. Che la religione ha un effetto benefico sulla salute è un dato scientifico incontrovertibile, infatti secondo una ricerca della della Harvard School of Public Health che hanno pubblicato un’analisi del loro grande studio prospettico su 74.543 infermiere americane circa la relazione tra la frequentazione di funzioni religiose e la mortalità, ha certificato che le possibilità di contrarre malattie, anche mortali, sono tra i credenti, molto minori rispetto a coloro che non credono. Storicamente poi l’assistenza psicologica alle famiglie, come anche ai malati, è stata storicamente appannaggio dei sacerdoti, e non è detto che quella religiosa sia meno efficiente di quella offerta dagli psicologi. Sul quotidiano online d’informazione sanitaria www.quotidianosanità.it del 20 maggio 2016 viene riportata una dichiarazione del dott. Franco Berrino, epidemiologo dell’Istituto Tumori di Milano per il quale: “è ragionevole ipotizzare che la preghiera, agisca riducendo uno dei principali fattori di rischio delle malattie croniche, lo stato infiammatorio cronico”. Chiudere o limitare luoghi di culto o assistenza religiosa non aiuta certamente la popolazione a superare l’impatto che la pandemia ha non soltanto sull’economia ma anche sulla salute psico-fisica delle persone. Il cristianesimo poi è non soltanto la religione della salvezza delle anime ma anche della salute e, come ci ricorda il Vangelo, Gesù ha integrato la sua predicazione effettuando guarigioni miracolose e dando speranza all’umanità del superamento della morte attraverso la sua risurrezione. Oggi vari studi scientifici, effettuati soprattutto in America, riconoscono l’importanza medica del cristianesimo quale religione della salute dell’anima e del corpo, e che la cura sacerdotale ha un effetto benefico perché sviluppando emozioni positive, ha effetti sull’umore, favorisce l’ottimismo indispensabile per superare le malattie, offre una prospettiva di speranza, ha effetti anche sulla longevità, il miglioramento dell’aspettativa di vita e la qualità della vita. Oggi ad esempio sta crescendo la psicologia della religione, che studia il comportamento umano in rapporto con il trascendente, critica la psicologia freudiana e sostiene che “numerose nevrosi sono principalmente legate al fatto che i bisogni religiosi dell’anima non sono più presi sul serio dalla psicologia”. Le neuroscienze spirituali, la neuroteologia, la teobiologia, la teologia del corpo ecc., come anche accertato da numerose ricerche accademiche, sostengono che le pratiche religiose, la preghiera, la meditazione ortodossa quale l’esicasmo o preghiera del cuore, sono una risorsa utile a far fronte a situazioni di sofferenza, stress e problemi di vita che interferiscono con la salute fisica e mentale. Alla luce di ciò bloccare o limitare  l’assistenza religiosa alla popolazione danneggia le difese immunitarie e favorisce, non ostacola, l’incidenza della pandemia sulla società. Il cristianesimo poi, da sempre, è una religione medicinale che ha supportato la medicina anche attraverso preghiere e riti di guarigione che, da secoli, ha aiutato il nostro popolo a superare attraverso la cura della salute spirituale anche anche gli aspetti più tragici delle epidemie che hanno colpito ciclicamente l’umanità.

Salute e Covid-19Filippo Ortenzi

arcivescovo metropolita della Chiesa Ortodossa Italiana

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Missione sant’Elia lo speleota

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Fratel Elia (Vittorio Favazzo)

un missionario al servizio dei poveri

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Si è costituita a Reggio Calabria e Melicuccà la MissioneSant’Elia, lo speleota”, dedicata a un santo ortodosso greco-calabro del IX secolo nato a Reggio Calabria e morto a Melicuccà. In tale cittadina è presente una grotta dove ha vissuto e che è ancora meta di pellegrinaggi devozionali sia da parte dei fedeli ortodossi che di quelli cattolici. Responsabile della missione è stato nominato fratel Elia (al secolo Vittorio Favazzo), diaconoeletto” della Chiesa Ortodossa Italiana. Fratel Elia è un personaggio molto noto nella città di Reggio Calabria, dove da anni fa apostolato tra i poveri, gli indigenti e i senzatetto. La storia di questo diacono è interessante: a 19 anni, dopo aver effettuato a Roma degli studi di comunicazione per la professione di regista e documentarista venne a contatto con le baraccopoli esistenti nella periferia della Capitale rimanendone fortemente impressionato. Successivamente conobbe, grazie ad un dvd del regista Franco Zeffirelli: “Fratello Sole, Sorella Luna” la spiritualità francescana e decise di seguirne la strada e dedicare la sua vita alla preghiera e all’aiuto dei bisognosi perché, come sostiene: “nasciamo polvere, ma non dobbiamo morire polvere. Dobbiamo vivere per il bene agli altri, dare il bene è infinitamente meglio che riceverlo. Questo diventa un precetto di vita materiale e spirituale: dobbiamo capire le necessità degli altri per fornire loro un aiuto”. Per seguire questa vocazione fratel Elia ha cominciato ad andare negli Ospedali per consolare gli ammalati, evangelizzare ed aiutare i poveri. Per essere vicino agli ultimi, comprenderne i bisogni, condividerne la vita e portare a loro la parola di Gesù, per sua scelta, è vissuto tra i più “barboni” di Palermo, condividendone le difficoltà, vivendo con loro per strada e dormendo sulle panchine o nei prati. Questa esperienza ha rafforzato la sua fede, tanto che ci ha detto: “nella povertà c’è amore, c’è spiritualità, c’è un rapporto più diretto con Gesù”. Animato da profondo spirito ecumenico, fratel Elia lo troviamo a servire alla mensa del Convento di San Francesco di Reggio Calabria, ad aiutare gli immigrati e i senza tetto reggini, accompagnare i disabili nelle loro necessità ecc. La sua forte spiritualità lo ha portato ad intraprendere numerosi pellegrinaggi (tra i quali: Tindari, Assisi e Santiago di Compostela), rigorosamente a piedi, perché, come sostiene: “muovendosi a piedi si ha l’opportunità di parlare, conoscere, approfondire. E poi il cammino non è altro che l’immagine di un cammino più grande verso la fede”. Fratel Elia (Vittorio Favazzo), riprendendo la spiritualità di sant’Elia lo speleota, e sulle orme e secondo l’aspirazione di mons. Leopoldo Adeodato Mancini, vescovo ortodosso di venerata memoria, riattiverà anche il culto locale del santo sia a Reggio che a Melicuccà (Melikukià  in grecanico o greco-calabro), cittadina nata intorno alle grotte dove vivevano sant’Elia e i monaci che lo avevano seguito e che ha dato i natali a due santi ortodossi calabresi: san Luca il Grammatico e san Nicodemo l’umile.

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A Sanremo spettacolo blasfemo

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