Lettere Enciclica sulle Tentazioni e la Teodicea Ortodossa
Lettere Enciclica sulle Tentazioni e la Teodicea Ortodossa
“Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare” (1 Pietro 5,8)
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La teologia del male è uno degli argomenti più interessanti della teologia, che da secoli pone un interrogativo: se Dio è bontà infinita perché esiste il male? Perché Dio permette le tentazioni del demonio? Cos’è il male? Ecc.
Nei primi secoli si è andata radicando l’idea della “privatio boni”, secondo la quale il male non è altro che la mancanza di bene, al riguardo si prende ad esempio la Metafora della luce: Il male è come l’oscurità, la quale non esiste di per sé ma non è altro che l’assenza luce, così come il freddo non è altro che mancanza di calore. Sebbene l’esponente più conosciuto di detta dottrina sia Sant’Agostino d’Ippona, che la elaborò per confutare la dottrina dualistica dei manichei, la sua origine è da attribuire alla dottrina filosofica neoplatonica, in particolare a Plotino che l’adotta per risolvere il problema del male senza compromettere l’unità e la bontà del principio primo: l’Uno.
Per Plotino il Male non ha una realtà autonoma ma è Non-Essere in quanto esiste solo come mancanza, deficit o privazione … e per asserire ciò paragona alla luce, il male non è un “buio attivo“, ma semplicemente il punto in cui la luce dell’Uno si affievolisce fino a scomparire. Per i neoplatonici, affinché l’universo sia completo, deve esistere ogni grado di realtà, compreso quello più basso.
Il male è dunque l’inevitabile “ombra” proiettata dalla luce.
Prima di Sant’Agostino la teoria della privatio boni fu affrontata fin dal periodo apostolico ad esempio da San Dionigi l’Areopagita, un giudice greco, protovescovo di Atene, discepolo di San Paolo e successivamente perfezionata (nella Summa Theologica) dal filosofo e teologo domenicano Tommaso d’Aquino che parla di male di colpa (peccato) privazione dell’ordine dovuto nell’atto della libera volontà libera e male di pena (sofferenza) quale privazione di una forma o di una parte necessaria all’integrità di un essere (al riguardo fece l’esempio della cecità che è privazione della vista).
Per Tommaso d’Aquino (definito in ambito cattolico il Doctor Angelicus) e per la scolastica, scuola teologico-filosofica che cercava di ricorrere alla ragione, alla filosofia greca (aristotelica e neo platonica) e alla patristica per comprendere e sistematizzare la dottrina cristiana, Dio permette il male solo per trarne un bene maggiore o per preservare l’ordine dell’universo e la libertà umana.
Nel 1710 il filosofo Gottfried Leibniz scrisse un libro Saggi sulla Teodicea dove definì la teologia del male come teodicea, da theos Dio e dike giustizia, definendo tale teologia come giustificazione o giustizia di Dio. Nel tentativo di conciliare l’esistenza del male con l’idea del Dio buono e onnipotente, Leibniz sosteneva che Dio ci ha creato nel “migliore dei mondi possibili” un mondo in cui la libertà dell’uomo comporta anche la possibilità di sbagliare, ma che resta, nel suo insieme, guidato verso un bene superiore e dove il problema del male è risolto a priori prevedendo un premio ultraterreno per i giusti.
La teodicea cattolica e ortodossa diverge profondamente, mentre quella cattolica, è incentrata sul concetto di peccato originale, per il quale l’uomo nasce peccatore, nell’ortodossia, come nell’ebraismo, questo concetto è estraneo, si parla di peccato ancestrale del quale subiamo le conseguenze ma del quale non siamo responsabili, pertanto ogni uomo nasce puro e senza peccato, saranno poi le sue azioni, la sua vita, la sua fede a determinare il giudizio.
Per San Massimo il Confessore la volontà umana si è allontanata dal suo scopo naturale, per San Basilio il Grande e San Gregorio di Nissa che riprendono il concetto della privatio boni, il male è parassitismo, privazione e vuoto, come l’oscurità è mancanza di luce e la malattia mancanza di salute.
Per Sant’Ireneo di Lione la vita e il mondo non sono altro che una valle di formazione delle anime.

L’azione ordinaria del demonio è la tentazione, il maligno ci sussurra nell’orecchio le bugie per rivelare all’uomo le proprie debolezze nascoste. Le tentazioni fanno parte integrante della dottrina ebraico-cristiana “non ci indurre in tentazione” che andrebbe letto come non sottoporci alla prova (vedi Abramo a cui Dio aveva ordinato di sacrificare il figlio («Per fede Abramo, messo alla prova, offrì Isacco e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unico figlio» Ebrei 11,17), nel vangelo secondo Matteo (Mt 4,3) il demonio tenta addirittura Gesù (« Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane») ma come disse Sant’Antonio il Grande “senza tentazioni, nessuno si salverebbe”, e le tentazioni e le vessazioni demoniache a tanti santi, non ultimo San Pio da Pietrelcina, dimostrano chiaramente che le stesse servono a rafforzare la virtù attraverso la lotta (ascesis) e impedire che l’uomo cada nell’orgoglio, ricordandogli la sua dipendenza dalla Grazia affinché non si abbia a dire “non compio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio” (Rm 7,19).
Pertanto la tentazione (peirasmos) è parte della ginnastica spirituale dell’anima, il maligno (alla fine della Preghiera del Signore noi ortodossi non diciamo un generico liberaci dal male ma bensì liberaci dal maligno inteso come realtà spirituale concreta), essa si intrufola nella mente prima come insinuazione, inganno e indifferenza morale, che la teologia ortodossa definisce logismoi (pensieri suggestivi) che portano al pathos (passione) inteso come vizio radicato (lussuria, pigrizia, avarizia …).

Il principe delle tenebre insinua ma è l’uomo, con il suo libero arbitrio, che sceglie deliberatamente e volontariamente la via del male. Per un cristiano ortodosso la risposta alla tentazione non è una lotta di pura forza di volontà, ma una sinergia con la Grazia di Dio, che si svolge attraverso la vigilanza (nepsis) ossia una attenzione costante per “sorvegliare le porte del cuore” e respingere i pensieri malvagi dall’inizio (il suggerimento) (*1); la preghiera esicastica: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”, perché il nome del Signore è un’arma che “sferza” i nemici invisibili; il discernimento (Diakrisis) ossia la capacità, preferibilmente mediata da un padre spirituale, di distinguere quali pensieri vengono da Dio, quali dalla propria natura e quali dal demonio e l’umiltà quale difesa contro cui il demonio, essendo pura superbia, non può nulla.
Questo approccio differente della cultura ortodossa orientale rispetto a quella evangelica e cattolica occidentale fa vedere la tentazione come un’opportunità di Theosis (divinizzazione). Il demonio è come un cane alla catena: può abbaiare e spaventare, ma può mordere solo chi decide di avvicinarsi troppo.
Per concludere la teodicea cristiana ed ebraica sono andate in crisi difronte a drammi epocali come l’olocausto; nella seconda metà del secolo scorso si è andata sviluppando la cosiddetta filosofia post-Auschwitz che ha portato molti teologi moderni a porsi delle domande sul silenzio di Dio («Io grido a te, ma tu non mi rispondi, insisto, ma tu non mi dai retta» Giobbe 30,20) sul mancato intervento di Dio e hanno trovato difficile parlare del male come “semplice privazione” di fronte a sofferenze di massa atroci.
Se la teologia occidentale si è trovata in difficoltà a vedere la presenza di Dio nelle sua assenza, l’ortodossia si sofferma sulla figura di Gesù («Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Però non la mia volontà, ma la tua sia fatta» Luca 22,42), Dio non interviene ma resta in ascolto, stando vicino alla sorte di coloro che Egli ama (gli “uomini di buona volontà” Luca 2,14).

La teodicea ortodossa affronta l’argomento da un’altra angolatura, il teologo russo ortodosso Paolo Evdokimov (del quale consiglio la lettura del libro l’Ortodossia soprattutto riguardo all’argomento affascinante della Theosis) espone una teoria definita kenosi (autosvuotamento di Dio), secondo la quale Dio soffre con l’uomo, e l’immagine di Gesù morto sulla croce dimostra come Dio più che essere uno spettatore distante è partecipe della sofferenza umana.
Per l’Ortodossia la teologia del male è una dottrina che si assorbe nella cristologia, Gesù non allontana da sé le sofferenze ma le accetta in un’ottica di salvezza e Dio non spiega le sofferenze, ma le condivide.
Sua Beatitudine Filippo I di Roma
Arcivescovo Metropolita della Chiesa Ortodossa Italiana
Presidente della Comunione Ortodossa – U.I.C.O.A.
email: mons.filippo@chiesa-ortodossa.com
(*1) il problema affrontato nei tempi antichi dal profeta pre-cristiano Zarathustra – i cui sacerdoti, noti come i magi, sono stati i primi a riconoscere la regalità e sacralità di Gesù – che nello Zen-Avesta parla dell’importanza dei “buoni pensieri”

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Il Rettore
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